Come nasce il Viaggio - Tu si' 'na cosa grande

Come nasce il Viaggio - Tu si' 'na cosa grande

Era il 1964 quando Domenico Modugno, in coppia con Ornella Vanoni, eseguì una versione così intensa di Tu sì ‘na cosa grande da fargli ottenere il primo premio al Festival di Napoli. In quell’anno, infatti, l’autore aveva scritto le musiche di questa splendida canzone per le Edizioni Curci in collaborazione con Roberto Gigli, che invece ne aveva curato i testi.

Modugno, che veniva considerato il primo cantautore italiano del dopoguerra, compose questo brano all’apice della sua carriera, descrivendo “un amore intenso, desiderato ed inseguito, che divampa e chiede voce alla controparte che invece tace un sentimento percepibile e non dichiarato”. Un sentimento talmente forte da far diventare fin da subito questo brano una hit internazionale, riadattata persino in versione flamenco [1].

Il brano diventa fin da subito un ambasciatore della napoletanità nel mondo, vantando numerosi interpreti che vanno “da Roberto Murolo a Renato Zero, da Sal da Vinci a Nino D’Angelo, da Claudio Villa ad Alex Baroni, e moltissimi altri” [2].

È un brano di grande impatto, potentissimo nel suo canto quasi sussurrato, che ci riporta alla mente la corrente esistenzialista della musica francese degli anni ’60 del XX secolo. Un genere che in realtà è molto di più, un vero e proprio movimento culturale frutto della filosofia di Kirkegaard prima e di Sartre poi, capace di influenzare molte sfere del sapere [3].

Nella musica in Francia tutto ciò viene concretizzato dal lavoro di Juliette Greco, la vera figura femminile di riferimento per quanto riguarda il secondo dopoguerra transalpino, musa ispiratrice di poeti e chansonniers e abilissima arrangiatrice musicale, intensa interpretatrice dotata di una voce scura, grave, inedita nel panorama musicale europeo. Ciò che la contraddistinse fu soprattutto la sua “spontanea sensualità, sconcertante, [...] e una gestualità che liberava il corpo, scandalosamente”.

Fu nel quartiere di Parigi Saint Germain des Pres che in quegli anni nacque la canzone esistenziale d’autore, proliferando all’interno del cuore della svolta culturale postbellica che impose, tra le altre cose, una più aperta emancipazione femminile della quale la stessa Greco fu portavoce e icona. Abbandonata dai genitori, ex carcerata, subì le violenze del nazismo del quale anche la madre, militante del Fronte popolare e solita circondarsi di storici e intellettuali francesi della sinistra, fu vittima. Tutto questo prima di intraprendere un percorso al Conservatorio, incitata da tutta la sua cerchia di amici composta da pittori, attrici, scrittori e poetesse, una scelta che le aprì le porte al variegato mondo dell’arte e della cultura parigina, che proprio da quella frazione della capitale generò “una rivoluzione del pensiero, dell’arte, della cultura che contaminerà il mondo intero”.

Una rivoluzione nata all’interno dei locali del quartiere quali, ad esempio, il Cafè de Flore o Les Deux Margot, dove personaggi come Jacques Prévert, Maurice Merleau-Ponty, Pablo Picasso, Albert Camus, Simone de Beauvoir e, in particolare, Jean Paul Sartre, solevano incontrarsi per discutere e scambiarsi opinioni senza l’occhio vigile degli occupanti tedeschi. Ed è negli stessi locali che comincia a girare Juliette Greco, la quale, anche in seguito alla liberazione, decide di sposare a pieno la neonata corrente esistenzialista. Una corrente “che insiste sul valore specifico dell’individuo e sul suo carattere precario, sul vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, in un mondo che è diventato completamente estraneo oppure ostile”.

Basti pensare che fu lo stesso Sartre ad iniziarla al canto, consegnandole alcuni libri di poesie e invitandola a recitarle in musica. Tra queste, la prima che balzò ai suoi occhi fu Si tu t’imagines di Raymond Queneau, un testo che evoca il senso di estrema precarietà della vita, la paura verso l’incertezza del futuro e la fugacità del tempo che non si riesce mai a vivere a pieno. Da quel momento in poi fu un’esplosione, la sua figura divenne una moda e la vera voce della rinascita parigina.

Épater le bourgeois, stupire il borghese, era il motto di questa vera nuova corrente musicale, che si rifletteva nella scelta di un linguaggio spesso anticlericale, blasfemo o immorale, con contenuti che si schieravano apertamente a favore dei più emarginati come i clochard, le prostitute e i ladri, sempre contro i bigotti, i fascisti e i conformisti. “Era una canzone, la loro, che cercava lo scandalo riuscendo ad abbattere la barriera tra cultura alta e cultura bassa, grazie al seguito di un pubblico variegato composto da gente del popolo e da intellettuali in egual misura. Era una canzone spudorata e satirica che si divertiva a smascherare i vizi e le debolezze di un certo clero, dei politicanti di destra e dell’alta borghesia, mostrando tutti i colori della libertà civile e dell’orgoglio di mettere a nudo le viltà umane. Una canzone che godeva dell’appoggio di una scrittura colta e coraggiosa, di poeti, letterati, filosofi. Una canzone che parlava anche di sentimenti, ma in modo reale. Una canzone che prendeva vita anche e soprattutto grazie all’interpretazione di voci diverse capaci di dare verità alle parole. Una di queste è quella di Juliette, per la quale i grandi chansonniers inventano testi. Sono Jacques Prévert, Léo Ferré, Jacques Brel, Georges Brassens, Jean Ferrat, Guy Béart, Charles Aznavour, Serge Gainsbourg e Charles Trenet” [4].

L'esistenzialismo come canto di verità, una triste consapevolezza che da Juliette Greco ha travolto tutto il mondo e anche il Viaggio di NeaCo’, che l’ha individuato nelle note amare del testo di Roberto Gigli e Domenico Modugno.

 

[1] Tu si' 'na cosa grande, la più bella canzone del repertorio napoletano, redazione, Napolitan

[2] Tu si' 'na cosa grande - Storia, redazione, Flamenco Tango Neapolis

[3] Tracce di Esistenzialismo nella musica degli anni Sessanta, Irene Broggi, Lo Sbuffo

[4] Juliette Gréco, la compagna esistenzialista, Chiara Ferrari, Patria Indipendente

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